Archivio degli autori Fabrizio Fiorelli

13 Gennaio 2022

Dieta sana a inizio gravidanza riduce rischio diabete mamme

13 gennaio 2022 – Seguire, all’inizio della gravidanza, un’alimentazione ricca di fibre e verdure protegge le future mamme dal diabete gestazionale. Mentre una dieta a base di cibi industriali o di grassi saturi, aumenta il rischio di svilupparlo. Lo evidenzia uno studio pubblicato sulla rivista European Journal of Nutrition che ha esaminato l’associazione tra l’assunzione di nutrienti e l’insorgenza del diabete gestazionale in donne in sovrappeso. Il diabete gestazionale è favorito dall’eccesso di peso ed è una condizione non rara che, se non seguita in maniera appropriata, può avere conseguenze, come “il rischio che il feto cresca troppo, con conseguenti difficoltà al momento del travaglio, il rischio che il neonato possa avere ipoglicemia o difficoltà di respirazione a causa di una insufficiente maturazione polmonare”, precisa Agostino Consoli, presidente della Società Italiana di diabetologia (Sid). Queste conseguenze “si manifestano, complessivamente, nel 5-7% delle gravidanze con diabete gestazionale”.

La ricerca, condotta presso l’Università di Turku in Finlandia, ha utilizzato i dati di 351 future mamme in sovrappeso o obese. I risultati mostrano che seguire una dieta sana all’inizio della gravidanza riduce il rischio di diabete gestazionale mentre un maggior consumo di grassi, soprattutto saturi (burro, strutto), che aumentano i livelli infiammatori nell’organismo, favoriscono invece lo sviluppo di questa condizione. “Che la dieta mediterranea, i cui pilastri sono pane e pasta integrali, proteine vegetali e fibre (legumi, verdure, ortaggi, frutta) e grassi monoinsaturi (olio di oliva) sia un esempio di alimentazione sana è noto: non era ovviamente praticata dalle donne finlandesi, ma è interessante notare che, in questa popolazione, il consumo di vegetali e pane di segale era associato ad un rischio più basso”, prosegue Consoli. Quello che l’articolo conferma è che “i cibi processati in modo industriale e ricchi in grassi trans (margarine), come dolci confezionati, glasse, patatine fritte, crocchette di pollo, merendine, salatini e alcuni insaccati come i wurstel, sono associati ad un aumento di diabete gestazionale e, più in generale, di alterazioni del metabolismo”.

12 Gennaio 2022

Scoperte 74 regioni DNA legate a metabolismo e chili di troppo

12 gennaio 2022 – Una recente ricerca sul DNA potrebbe aprire a nuove scoperte sulla predisposizione ereditaria all’eccesso di peso. Un team di scienziati ha infatti identificato 74 nuove regioni genomiche connesse al metabolismo e quindi al rischio di sovrappeso e obesità. Lo studio, pubblicato su Metabolites, è stato condotto da Cristina Menni del King’s College di Londra. Ha coinvolto 8.809 persone a cui sono state analizzati campioni di sangue e misurata la concentrazione plasmatica di 722 molecole. E’ stato anche esaminato l’intero genoma di ciascun partecipante alla ricerca di regioni del DNA che influenzassero la concentrazione plasmatica dei metaboliti. Gli esperti hanno così identificato 202 regioni genomiche la cui sequenza è direttamente collegata alla concentrazione di 478 molecole nel sangue. Di queste regioni, 74 non erano mai state collegate al metabolismo.
“I nostri risultati – sostiene Menni – potrebbero avere diverse implicazioni pratiche. Il metabolismo è alla base di molti aspetti della salute umana. La scoperta potrebbe aiutare a capire diverse malattie. Alcuni dei metaboliti indagati in questo studio sono direttamente legati al peso corporeo individuale e potrebbero aiutare a capire le radici dell’obesità in alcune persone – continua l’esperta -. In futuro questi risultati potrebbero aiutare a sviluppare approcci per mantenere un peso sano tenendo conto del profilo genetico di una persona”. “L’obesità è una delle malattie più diffuse al mondo – spiega Massimo Mangino, coautore del lavoro – tuttavia c’è ancora tanto da capire sui suoi meccanismi biologici di base. I nostri risultati potrebbero contribuire a svelarne alcuni. Gli studi di genetica sono davvero promettenti per scoprire nuove terapie contro l’obesità”.

11 Gennaio 2022

Influenza: ogni anno costa allo Stato 40 milioni per ospedalizzazioni

11 gennaio 2022 – “L’influenza stagionale ha un costo a carico delle famiglie e dello Stato. Da una ricerca analitica elaborata per stimare quali siano i costi specifici attribuibili all’assistenza ospedaliera a causa della malattia, emerge che siamo intorno ai 40 milioni di euro l’anno solo per le ospedalizzazioni. Ma questo dato è solo la punta dell’iceberg. Ci sono, infatti, altri costi molto importanti a carico dei cittadini: spese per tutti i farmaci da banco e per le prestazioni non coperte dal nostro Sistema sanitario nazionale, oltre ai costi per le giornate di lavoro perse dalle persone colpite dall’influenza o dai genitori che devono stare a casa per curare i loro figli. Per non parlare dei giorni di scuola persi dai bambini, che hanno un effetto negativo in termine di apprendimento. Si tratta di una malattia molto costosa anche perché molto diffusa: colpisce il 5-10% della popolazione, dipende dalle varie stagioni. Per questo motivo è fondamentale che le categorie per cui la vaccinazione è raccomandata si sottopongano ogni anno al vaccino contro l’influenza”.

E’ quanto sostiene Giovanni Fattore, professore ordinario del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche & Cergas – Sda Università Bocconi. I sintomi del Covid-19 sono simili a quelli dell’influenza stagionale (febbre, tosse, mal di gola, mal di testa, naso che cola, debolezza, affaticamento e dolore muscolare), dunque cosa bisogna fare nel caso compaiano insieme e come contenere i casi delle singole malattie? “Il covid – spiega Fattore – giustamente ha preso il sopravvento come preoccupazione principale. Fortunatamente, l’incidenza dell’influenza è diminuita durante la prima fase dell’emergenza pandemica, anche grazie al distanziamento sociale e all’utilizzo delle mascherine. Ci sono state meno interazioni tra le persone, di conseguenza il virus ha circolato meno. Però in una fase emergenziale come questa è fondamentale cercare di prevenire la diffusione anche dell’influenza, non solo perché influenza e covid si confondono ma anche perché – ed è la cosa più importante – va ad aggravare la situazione del nostro sistema sanitario con prestazioni per una patologia che si può prevenire”. “Per questi motivi – ancora Fattore – “fondamentale è che le categorie a rischio si sottopongano alla vaccinazione contro l’influenza. Vaccinarsi costituisce un vantaggio non solo perché si evita una patologia che può avere conseguenze gravi, ma anche in termini economici rappresenta un beneficio perché riduce parte dei costi legati alla malattia” conclude.

7 Gennaio 2022

Natale: con pranzi e cenoni +5 Kg sull’ago della bilancia

7 gennaio 2022 – Come dice il famoso proverbio “Capodanno e l’Epifania tutte le feste si portano via”. Ma quanto “pesano” le festività di fine anno? Tra pranzi e cenoni nel giro di sole due settimane l’ago della bilancia, per alcune persone, potrebbe pendere verso i +5 kg (17%).

E’ quanto hanno stimato la maggioranza dei nutrizionisti e dietologi interpellati con uno studio di In a Bottle, realizzato con un monitoraggio web sui principali social network, blog, forum e siti accademici e condotto su un pool di circa 30 esperti tra nutrizionisti, dietologi, per capire rischi e rimedi in vista delle “abbuffate di Natale”. Gli esperti sottolineano che durante le festività si tende a ingrassare in media dai 2 kg (26%), ai 3-4 kg (19%). La tendenza a ingrassare, secondo dietologi ed esperti di nutrizione è dovuto principalmente ad alcuni motivi, tra queste quella di assumere maggiori calorie rispetto al resto dell’anno (54%), di effettuare meno movimento (37%) e di bere un maggior numero di bevande alcoliche (41%). Il consiglio degli esperti, per sopperire agli eccessi tipici del Natale e del Capodanno, è quello di bere correttamente acqua sia prima che durante i pasti e tenersi leggeri nei giorni successivi ai tradizionali pranzi e cenoni mangiando prodotti vegetali, verdure, pesce e frutta. La ricerca realizzata ha dimostrato infatti che una corretta idratazione, già prima di iniziare i pasti, può aiutare a contenere l’aumento di peso prevenendo l’eccesso di cibo.

Secondo quasi 7 esperti su 10 (68%) bere acqua è infatti fondamentale per ridurre il rischio di accumulare troppi chili in eccesso durante le vacanze, difficili da smaltire poi a inizio anno. Nello specifico è consigliato idratarsi correttamente per favorire la digestione (52%), anticipare il senso di sazietà (44%) e prevenire problemi legati a gonfiore e costipazione (31%). Gli esperti tengono a precisare comunque che il dimagrimento non è strettamente legato all’acqua: una corretta idratazione può soltanto aumentare il senso di sazietà, creando un aumento di volume nello stomaco e portando così a mangiare un po’ meno.

 

4 Gennaio 2022

Covid-19: anche tra i giovani obesità associata a malattia grave

4 gennaio 2021 – L’obesità espone maggiormente al rischio di avere una forma severa di Covid-19. Secondo un recente studio statunitense questa regola vale non solo per gli adulti ma anche per ragazzi e bambini. E’ quanto sostengono i ricercatori del ministero della salute americano e dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc). La ricerca è stata pubblicata sul bollettino settimanale dei Cdc (Morbidity and Mortality Weekly Report). Lo studio ha preso in considerazione i ricoveri pediatrici in sei ospedali americani tra luglio e agosto scorso per un totale di 915 casi di Covid. In 177 (il 19,3%), l’infezione è stata riscontrata incidentalmente in pazienti che si erano ricoverati per altre ragioni, nei rimanenti 713 Covid-19 era la causa del ricovero. 25 pazienti avevano sviluppato MIS-C, la sindrome infiammatoria multisistemica, che può rappresentare una seria complicanza di Covid.

I dati mostrano che più dei due terzi dei bambini e ragazzi ricoverati per Covid aveva già un pregresso problema di salute e l’obesità era il più frequente: ne era affetto il 32.4% dei ricoverati, ma la percentuale arrivava al 61,4% nella fascia di età tra i 12 e i 17 anni. Rispetto ai pazienti normopeso, i ragazzi obesi richiedevano livelli di assistenza più elevati, indizio di una forma di malattia più grave, e rimanevano di più in ospedale.

22 Dicembre 2021

Studio: per smaltire il pranzo di Natale possono volerci 12 ore di camminata

22 dicembre 2021 – Due bicchieri di Prosecco per brindare, stuzzichini magari fritti o a base di formaggi, primi, secondi, contorni vari e infine i dolci. Natale è il momento dell’anno in cui per eccellenza si è indulgenti sul cibo, ma una cena della Vigilia o un pranzo del 25 dicembre, a seconda delle tradizioni, possono pesare non poco. La British Dietetic Association stima che solo il giorno di Natale si possa arrivare a consumare circa 6.000 calorie a persona e nel complesso nel periodo delle Feste, non c’è da meravigliarsi se l’adulto medio guadagna circa 0,5-1 kg. Ma come fare a smaltirle e soprattutto quanto ci si impiegherebbe volendolo fare? Secondo il calcolo di Amanda Daley, professoressa di medicina comportamentale presso la School of Sport, Exercise and Health Sciences dell’Università di Loughborough, per un adulto che pesa 84 kg ci vorrebbero circa 12 ore di camminata a ritmo costante per bruciare le calorie di una cena di Natale media. L’equivalente di camminare per circa 80 chilometri. Oppure di fare jogging per circa cinque o sei ore. Ovviamente, il numero di calorie a cena dipenderà anche da quali cibi si sceglie di mangiare, come li si prepara e si è disposti a piccole rinunce.

Ad esempio, tagliare gli stuzzichini e gli antipasti prima di cena e si opta come dessert solo per una fetta di Tronchetto di Natale insieme a due bicchieri di vino, il computo delle calorie potrebbe aggirarsi a circa 2.080. Tutto dipende poi da età, sesso peso, attenzione alle porzioni. Ma l’attività fisica, anche se non 12 ore di seguito, può aiutare in ogni caso. Ad esempio camminare per i negozi invece di usare la macchina, o fare un giro in bicicletta nel quartiere con i bambini per guardare le luci di Natale.

21 Dicembre 2021

Coronavirus: negli USA attese 8.000 morti alcol-correlate in più

21 dicembre 2021 – Nel Stati Uniti aumenta il consumo di alcol durante il primo anno di pandemia. L’incremento potrebbe causare oltre 8mila decessi in più per malattie epatiche nei prossimi 20 anni. E’ quanto sostiene una ricerca coordinata dagli scienziati del Massachusetts General Hospital e pubblicato sulla rivista Hepatology.

“Dall’inizio della pandemia di coronavirus del 2019 negli Stati Uniti, il consumo di alcol è aumentato considerevolmente”, scrivono i ricercatori. “Gli studi hanno rilevato che la quantità di bevande medie al giorno consumate e gli episodi di consumo eccessivo sono aumentati del 29% e del 21% tra febbraio (prima che entrassero in vigore i lockdown) e novembre”. Mettendo in relazione il rischio di malattie epatiche associato all’alcol a questo incremento dei consumi, il team ha cercato di comprendere quali potrebbero essere le conseguenze nel lungo termine. Considerando uno scenario di 20 anni, l’incremento dei consumi dello scorso anno potrebbe produrre in USA 8 mila decessi in più per patologie alcol-correlate, 18.700 casi aggiuntivi di cirrosi e mille casi in più di cancro al fegato. L’impatto potrebbe crescere ulteriormente se si protrarranno gli elevati consumi dello scorso anno. Gli effetti del consumo eccessivo di alcol durante la pandemia, però, potrebbero essere visibili già nel 2023, quando si potranno già verificare circa 100 morti aggiuntivi e 2.800 casi in più di cirrosi. “Speriamo che la nostra ricerca possa aiutare a dare il via a un confronto a tutti i livelli della società su come possiamo rispondere ai numerosi cambiamenti comportamentali, affrontando i meccanismi e le scelte che hanno implicazioni a breve e lungo termine per la salute di persone, famiglie e comunità intere”, ha affermato il primo firmatario dello studio Jovan Julien.

16 Dicembre 2021

Diabete di tipo 2: scoperte cinque nuove varianti

Roma, 16 dicembre 2021 – Non esiste un solo diabete di tipo 2, ma almeno cinque varianti con specifiche caratteristiche genetiche e differenti modalità di insorgenza e decorso della malattia. È quanto sostiene uno studio coordinato dalla Lund University di Malmö in Svezia pubblicato su Nature Genetics.

Incrociando i dati clinici e genetici di circa 8 mila pazienti, i ricercatori hanno scoperto che il 6% del campione presentava una forma di diabete caratterizzata da insorgenza giovanile, scarsa secrezione di insulina, basso indice di massa corporea e una componente autoimmune; questa forma è stata definita SAID, diabete severo autoimmune. Molto simile a questa, ma senza componenti autoimmuni, è risultato il diabete severo da carenza di insulina (SIDD): è stato riscontrato nel 18% dei pazienti e ha un alto rischio di complicanze a occhi e reni. La terza variante è stata chiamata diabete severo insulino-resistente (SIRD): riguardava il 15% del campione ed è caratterizzata da insorgenza tardiva, obesità, insulino-resistenza e alto rischio di nefropatia e steatosi epatica. Ci sono poi due forme meno gravi: il diabete moderato correlato all’obesità o MOD (22%), che ha esordio precoce ed è legato all’obesità, e il diabete moderato correlato all’età (MAD). Quest’ultima è la forma più diffusa (39% dei pazienti), insorge in tarda età ed è facilmente gestibile. L’analisi genetica ha portato a scoprire che le diverse tipologie di diabete presentano, almeno in parte, meccanismi di insorgenza differenti: la causa del SIRD, per esempio, è da ricercare più in anomalie del fegato che del pancreas. “La classificazione della malattia in sottotipi con diversi profili di rischio ed eziologie al momento della diagnosi potrebbe consentire un trattamento su misura per affrontare, in ciascun paziente, le principali criticità”, scrivono gli autori.

15 Dicembre 2021

Coronavirus: per chi guarisce dall’infezione nessun rischio di diabete

15 dicembre 2021 – Non esistono prove scientifiche che dopo l’infezione da Covid-19 aumenti il rischio di diabete. E’ quanto sostiene uno studio condotto dall’Istituto San Raffaele di Milano su oltre 600 persone ricoverate per Covid-19 e pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism. Fin dalle prime fasi della pandemia è stato chiaro che il diabete, sia di tipo 1 sia di tipo 2, fosse un fattore di rischio per andare incontro a una forma grave di Covid-19 e di morire per l’infezione.

“Poi sono stati segnalati casi isolati di diabete di nuova insorgenza durante Covid-19, suggerendo la possibilità che il virus potesse esercitare una tossicità diretta contro le cellule beta con un effetto diabetogeno”, spiegano i ricercatori. Per confermare questa ipotesi lo studio ha valutato i valori di glicemia di 621 pazienti ricoverati per sospetta polmonite da Covid nell’ospedale milanese, analizzando l’andamento della glicemia un anno prima del ricovero, durante la permanenza in ospedale e dopo le dimissioni dei pazienti. I dati hanno confermato che le alterazioni glicemiche sono molto comuni nei pazienti Covid; inoltre, quanto più esse sono accentuate tanto maggiore è il rischio che la malattia si aggravi. Nonostante ciò, gli alti livelli di glicemia associati a Covid-19 nella maggior parte dei pazienti si risolvono con la guarigione dall’infezione. “Serviranno grandi studi epidemiologici nei prossimi anni per chiarire se Covid-19 induce permanentemente il diabete. Tuttavia, al momento, ogni annuncio allarmistico su un aumento del rischio di diabete dopo un’infezione da SARS-CoV-2 deve essere interpretato con cautela”, concludono i ricercatori.

14 Dicembre 2021

OMS: l’85% dei morti per malattie non trasmissibili è in Paesi poveri

Roma, 14 dicembre 2021 – Se si investisse un dollaro all’anno per la prevenzione e il trattamento delle malattie non trasmissibili di ogni cittadino che vive nei Paesi a basso e medio reddito, si potrebbero salvare almeno 7 milioni di vite entro il 2030. L’investimento sarebbe inoltre altamente redditizio: ogni dollaro garantirebbe, infatti, vantaggi per 230 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. Lo suggerisce il rapporto ‘Saving lives, spending less: the case for investing in noncommunicable diseases’ pubblicato oggi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il documento si concentra su 76 Paesi a basso e medio reddito, che negli ultimi anni hanno visto un drastico aumento delle malattie croniche, come patologie cardiovascolari, diabete, cancro, malattie respiratorie.

Secondo l’OMS è in questi Paesi che si concentra l’85% dei decessi prematuri (tra i 30 e i 69 anni) per malattie non trasmissibili. La maggior parte delle morti potrebbe però essere evitata utilizzando interventi collaudati e spesso a basso costo, come l’adozione di politiche per ridurre l’uso di tabacco e dell’alcol, per migliorare la dieta, aumentare l’attività fisica, o attraverso la messa in atto di programmi per la diagnosi precoce del cancro. “Con i giusti investimenti strategici, i Paesi che sopportano una quantità significativa del carico di malattie non trasmissibili possono cambiare traiettoria e garantire significativi vantaggi sanitari ed economici ai loro cittadini”, ha affermato il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. “In un mondo pieno di incertezze, una cosa di cui possiamo essere certi è che senza interventi le malattie non trasmissibili continueranno a essere una minaccia significativa per la salute globale. Investire su queste politiche basate sull’evidenza è un investimento in un futuro sano”.